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La fine della dittatura
fascista e il secondo dopoguerra rappresentarono la constatazione che i
vecchi problemi sussistevano indenni, ingigantiti negli animi e nella
realtà dalle devastazioni della guerra. Il risveglio fu particolarmente
brusco nel Mezzogiorno, dove la demagogia del Regime Fascista aveva
assopito le coscienze sulla drammaticità della situazione.
I termini della
Questione Meridionale tornavano a riproporsi con rinnovata ed accresciuta
violenza.
Nel 1944, il Partito
d’Azione organizzò a bari un convegno meridionalistico, assai importante
dal punto di vista politico, presieduto da Adolfo Omodeo e con relatori,
tra gli altri, Guido Dorso e Manlio Rossi-Doria.
In particolare, il
dibattito si soffermò sui problemi dei rapporti fondiari e della
industrializzazione.
Nel 1946, a Napoli si tenne
un secondo convegno: il “convegno per le trasformazioni fondiarie nel
Mezzogiorno”. Sempre nel 1946, a Roma si costituì la SVIMEZ,
un’associazione il cui scopo programmatico era quello di “promuovere nello
spirito di un’efficiente solidarietà nazionale e con una visione unitaria
lo studio particolareggiato delle condizioni economiche del Mezzogiorno” e
di “ proporre concreti programmi di azione e di opere intesi a creare e a
sviluppare quelle attività industriali, le quali rispondano alle esigenze
accertate. E questo per quanto concerne il problema
dell’industrializzazione.
Riguardo al problema
fondiario, invece, il movimento contadino, organizzato dai partiti della
Sinistra, aveva ormai acquistato maggiore capacità e sicurezza nelle
rivendicazioni dei propri diritti e aveva iniziato una lunga serie di
occupazioni di feudi. Fino verso al 1950, lo Stato ritenne inopportuno
intervenire nel processo economico nazionale, per correggere gli squilibri
regionali, convinto che il libero espandersi delle forze produttive
avrebbe determinato l’unificazione economica tra Nord e Sud.
De Gasperi, presidente
del Consiglio, avvertì invece la necessità di riequilibrare non solo i
rapporti tra le classi, ma pure tra le diverse regioni del Paese, pena
l’acuirsi della tensione sociale a danno della stessa stabilità della
formula governativa.
Per questo, tra il 1949 e il 1951 prese avvio la riforma
agraria, con il passaggio di migliaia di ettari in tutte le regioni
meridionali dagli antichi proprietari ai rurali, perseguendo interessi
economici generali, quali l’incremento della produttività e del reddito
del latifondo meridionale.
La riforma ha
sicuramente rappresentato un serio tentativo di risolvere l’antico
problema della terra del Mezzogiorno, tuttavia tale politica riformatrice
risultò poco organica ed efficace a causa delle crescenti disfunzioni
della pubblica amministrazione e della diffusione delle pratiche
clientelari nella gestione dei centri di potere dello Stato.
La riforma agraria,
infatti, risultò inadeguata alla “fame di terra” dei contadini e non valse
neppure ad arginare il massiccio deflusso dal Mezzogiorno di emigranti,
che agli inizi degli anni ’50 cominciarono a spostarsi verso le regioni
del Nord e verso i Paesi europei già industrializzati. Tuttavia, tale
misura segnò un indebolimento della grande proprietà terriera – specie di
quella meridionale – a vantaggio dei gruppi di potere industriali e
finanziari, inducendo perciò la D.C. a cercare nelle campagne un nuovo
sistema di alleanze, imperniato non più su un blocco di potere fondato –
come nell’Italia liberale e fascista – sui grandi agrari, ma sopra i medi
e piccoli coltivatori diretti.
Oltre al problema
fondiario, fu poi affrontato quello delle autonomie locali, con la
creazione dell’Ente Regionale Siciliano, cui si demandarono le materie di
specifico interesse locale.
Ci fu, dunque, nel
secondo dopoguerra, un innegabile sforzo da parte dei vari governi per
integrare compiutamente il Meridione nella società nazionale, onde
completare con l’unificazione economica e morale la politica di cent’anni
addietro, perché il Mezzogiorno non si considerasse più la “palla al
piede” della Nazione, ma perché si riequilibrasse il processo di sviluppo
nazionale con la redistribuzione del reddito e del risparmio e con la
concentrazione di capitali e investimenti nelle zone maggiormente depresse
e dove è più grave la disoccupazione.
Per quanto riguarda il
Sud d’Italia e le isole, non potendosi sperare il miracolo della
resurrezione di quelle regioni con la sola riforma fondiaria, si pensò di
creare nel 1950 la Cassa per il Mezzogiorno, un Ente Pubblico destinato a
realizzare un piano di interventi propulsivi sull’arretratezza economica
delle regioni meridionali. Tale cassa rimase in funzione fino al 1983 e,
quando fu sciolta, aveva investito decine di migliaia di miliardi di lire.
I finanziamenti mirarono a creare infrastrutture e opere pubbliche
(stradali, idrauliche, marittime, edilizie) e a potenziare l’azione di
industrializzazione, attraverso contributi a fondo perduto, incentivi
creditizi ed agevolazioni fiscali.
Gli interventi della cassa, però, divennero col tempo più “
sostitutivi” che “aggiuntivi”, per cui finirono col favorire soprattutto
la ripresa industriale delle regioni settentrionali, dilatando la capacità
di assorbimento da parte del mercato meridionale dei prodotti delle
aziende del Nord.
In altri termini, gli investimenti nel Sud non vennero né
da parte della borghesia meridionale, restia ad investire in imprese non
legate alla terra, né da parte degli imprenditori settentrionali (almeno
nella misura che si sperava), nonostante le facilitazioni creditizie e i
molteplici incentivi. In ogni modo fu l’industria settentrionale, come si
diceva, a trarre i maggiori vantaggi dall’operazione, fornendo i
macchinari occorrenti per le infrastrutture che la Cassa del Mezzogiorno
veniva realizzando e le macchine ed i trattori per la modernizzazione
dell’agricoltura.
Le grandi industrie
pubbliche, create dalla Cassa, sono rimaste isolate senza creare i
presupposti per la nascita di numerose industrie satelliti, ovvero le
condizioni basilari per lo sviluppo economico.
In tal modo non sono stati risolti né il problema della
disoccupazione, né quello di una ramificata struttura industriale del Sud.
L’Assistenzialismo,
che ha connotato la politica meridionalistica dal dopoguerra ad oggi, ora
più che mai si è rivelato del tutto insufficiente per promuovere, da solo,
lo sviluppo economico e sociale del Sud.
Lo squilibrio tra Nord
e Sud – scrive il Carocci - invece di diminuire è aumentato.
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