VI.–  La “Questione Meridionale” durante il Ventennio Fascista

Dopo l’avvento del Fascismo, Mussolini pretese di “cancellare dal vocabolario italiano” la Questione Meridionale, ma la sua politica non fece che confermare la subordinazione del  Sud al Nord.

Infatti, il protezionismo, la “battaglia del grano”, l’”Autarchia” favorirono il settore agricolo più arretrato (e che dava mano lavoro) rispetto a quello più moderno.

L’esaltazione dell’ “Italia contadina”, coi suoi valori d’onestà e solidarietà umana (che crearono base di consenso al Fascismo) si accompagnò ad una stagnazione economica che fece dell’economia agricola un’economia di “sussistenza”.

Tenere bassi i prezzi dei prodotti agricoli permise di ridurre i salari, favorendo lo sviluppo industriale; la politica fiscale inoltre favorì la grande proprietà immobiliare, abolendo l’imposta di successione e diminuendo in sé il potere agrario, gestendo i contratti a favore dei proprietari; lo stesso controllo dell’emigrazione permise di ridurre i salari.

Intanto il Meridione accettava ogni cosa passivamente, senza una vera opposizione al regime, mentre la categoria dei grossi agrari – irritati e intimoriti dalle recenti occupazioni di terre, dagli scioperi agricoli, dalle crescenti “pretese” dei “cafoni” – vide tutelati appieno dal Fascismo i propri interessi e si fece strenua sostenitrice del Regime.

Per i cosiddetti “cafoni”, l’avvento del Fascismo significò la perdita delle conquiste parziali ottenute nell’immediato dopoguerra dalle organizzazioni contadine: i contratti collettivi che sopprimevano le prestazioni supplementari e gli iniqui privilegi padronali, i miglioramenti nel trattamento economico ed infine le leggi che riconoscevano ai contadini poveri organizzati in cooperativa il diritto di occupare terre incolte o mal coltivate. Questi diritti che avrebbero consentito alle masse rurali migliori condizioni di vita – ma che intaccavano i profitti ed i privilegi dei proprietari – vennero dunque soppressi dal Fascismo. Fu questo il prezzo che il latifondo del Sud pretese per sostenere il nuovo Regime.

È innegabile, comunque, che, nella sua incolpevole diseducazione politica, il Meridionale non guardò con eccessiva antipatia a Mussolini, in cui fece rivivere l’antica immagine del sovrano paternalistico.

La così tanto attesa “rivoluzione meridionale”, infatti, non avrebbe mai potuto realizzarsi prima che si impostasse diversamente tutta la politica governativa, prima che si fosse sostituito al prepotere delle vecchie classi dirigenti il decentramento amministrativo e prima che si rendessero le masse consapevoli dei propri diritti.

Si spiega intanto come, all’indomani del periodo fascista, la discussione sul Mezzogiorno riprendesse con rinnovato vigore, tanto più che maggiore appariva ormai il ruolo che le masse contadine meridionali avrebbero avuto nella vita nazionale e gli effetti che sarebbero derivati dal suffragio universale introdotto nel 1913. Si stava procedendo, infatti, ad educare le masse, affinché apprendessero i propri diritti.

Nel 1926, il Gramsci additerà al proletariato settentrionale il compito di liberare se stesso dal capitalismo industriale e la plebe rurale meridionale dal blocco agrario. Solo un’alleanza tra i ceti sfruttati avrebbe permesso di sanare la secolare contrapposizione tra le due Italie, al di là delle divergenze espresse dagli egoismi delle classi dirigenti settentrionali e meridionali.