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Nel Meridione, durante il primo governo
Giolitti (1892 – 1893), la crisi politico-economica del periodo crispino
ebbe conseguenze drastiche più che altrove e un diffuso malcontento finì
per assumere aspetti di grave insofferenza. In particolare, tra il 1882 e
il 1893, nella Sicilia occidentale si ebbero manifestazioni di aperta
protesta ad opera soprattutto di contadini, braccianti, piccoli
proprietari e lavoratori dello zolfo (tali agitazioni vengono ricordate
come i famosi “fasci siciliani” degli anni 1892-1893). Giolitti individuò
l’origine di tali moti nel peso insopportabile della miseria e per questo
non volle intervenire con la forza procedendo con una repressione
sanguinosa; pur volendo difendere l’ordine costituito – che faceva capo
alla monarchia – da ogni pericolo di sovversione, egli volle allo stesso
tempo cercare di comprendere e risolvere per quanto possibile i complessi
problemi che agitavano il mondo dei lavoratori e delle masse popolari.
Questo suo comportamento gli valse però l’astio delle forze conservatrici,
che considerarono il suo atteggiamento “acquiescente nei confronti di
manifestazioni da ritenersi illegali” e che criticarono aspramente
il progetto ministeriale di una riforma
tributaria basata sull’imposta progressiva, la quale applicata sul reddito
avrebbe colpito gli interessi delle classe agiate. Per tutto ciò, il
Giolitti fu costretto a dimettersi e a lasciare il potere al Crispi, che
ristabilì al più presto l’ordine interno, facendo ricorso a duri sistemi
di repressione e ad atteggiamenti addirittura reazionari, specie nei
confronti dei socialisti.
Nel 1900 salì al trono
Vittorio Emanuele III e già nel 1903 Giolitti divenne per la seconda volta
Presidente del Consiglio. Da accorto uomo politico, egli comprese che, per
evitare il ripetersi di tragici scontri tra l’autoritarismo conservatore
di molti settori della classe dirigente e la crescente protesta delle
masse operaie e contadine, era necessario allargare le ristrette maglie
del regime liberale con una politica più attenta alle istanze popolari.
Nel 1906, intanto, e
poi nel 1910, le eruzioni del Vesuvio e dell’Etna sommersero villaggi
interi, distruggendone le colture. Nel 1905 e poi nel 1908 i terremoti in
Calabria e un maremoto devastarono trecento comuni e le città di Reggio e
Messina. Questa sorta di catastrofi naturali fu decisiva perché lo stato
decidesse di intervenire. Già tra il 1904 e il 1906 venne inaugurato il
sistema delle “leggi speciali”, dirette a migliorare le condizioni
dell’agricoltura in Basilicata e in Calabria. Nel 1905 iniziarono i lavori
per la costruzione dell’acquedotto pugliese, portati a termine nel 1927.
La Questione Meridionale, tuttavia, non poté essere risolta con simili
provvedimenti, perché questi ultimi, di fronte alla mole raggiunta dal
problema meridionale, apparivano inefficienti e disorganici: occorreva,
invece, una politica globale di riforma sociale, la quale politica era
però boicottata dai grandi proprietari terrieri, che attraverso il
controllo delle amministrazioni locali e la conseguente influenza sulle
elezioni politiche decidevano del destino del Mezzogiorno, affiancati
dalle organizzazioni mafiose giunte ad inquinare tutti i gangli della vita
pubblica locale.
D’altra parte,
corruzione politica e clientelismo furono favoriti dagli stessi metodi di
Giolitti, il quale se da un lato si dimostrava propenso a soddisfare le
più urgenti rivendicazioni popolari, dall’altro si convinse che fosse
possibile realizzare una autentica libertà di voto solo nelle regioni
progredite e capaci di farne un uso maturo.
Non mancarono le
critiche per tale corruzione elettorale giolittiana: il Salvemini definì
il Giolitti “ministro della malavita” e autore di una cinica politica che
considerava l’Italia meridionale come “terra di conquista”.
Anche la riforma
elettorale del 1912, che introduceva il suffragio universale maschile, pur
nel suo innegabile valore di conquista democratica, servì a contrapporre
all’opposizione di Sinistra i voti governativi delle masse meridionali. I
contadini analfabeti del Sud, circuiti o minacciati, andarono il più delle
volte ad esercitare il nuovo diritto di voto a tutto vantaggio degli
uomini politici graditi al governo.
Comunque, il
clientelismo politico rappresentò forse l’aspetto più umiliante, ma non
sicuramente il più cospicuo dei mali del Sud, durante il primo decennio
del secolo. Segno di miseria e disoccupazione fu, per esempio, l’enorme
incremento della emigrazione, che raggiunse la sue vetta più alta proprio
negli anni di maggior progresso del Paese.
La crisi agraria, che
sul finire degli anni ’80 aveva riflesso sull’economia meridionale le sue
più disastrose conseguenze, contribuì ad incrementare le sue più
disastrose conseguenze, contribuì ad incrementare l’emigrazione dalle
regioni del Sud, mentre il primo sviluppo industriale del Nord assorbiva
la manodopera settentrionale in eccedenza rispetto al fabbisogno
dell’agricoltura.
L’America, in tal
senso, apparve come una sorte di terra promessa. Infatti, l’America del
Sud e gli Stati Uniti furono la meta principale dell’emigrazione italiana
in costante crescita per decenni.
Per certi versi, tale
fenomeno fu addirittura positivo per le rimesse in danaro degli emigranti
alle famiglie e per il fatto che l’alleggerimento della pressione
demografica in regioni sovrappopolate determinò il rialzo dei salari e un
generale miglioramento per i contadini dei contratti agrari.
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