|
Dopo
l’avvento della Sinistra al potere, si manifestarono i primi sintomi di un
nuovo corso economico, allorché nel 1878 le pressioni degli industriali
tessili e meccanici del Nord riuscirono ad ottenere dal governo tariffe
protezionistiche sui prodotti siderurgici e tessili e sui cereali. Dal ’78
si posero, infatti, dazi, per esempio sulla seta.
Ambendo a far
progredire l’economia italiana, perché raggiungesse il livello produttivo
dei paesi più evoluti, i ceti dirigenti avevano cominciato a guardare con
interesse ai metodi di intervento statale e di protezionismo doganale,
che, in pochi decenni, avevano fatto della Germania del Bismarck
una grande potenza economica. Per questo, l’economia, con l’avvento della
Sinistra al potere, trovò modo di trasformarsi, tramite l’intervento
diretto dello Stato , sotto il segno del protezionismo e di una politica
di prestigio internazionale.
Decisiva per
l’affermazione del nuovo indirizzo fu una grave depressione
dell’agricoltura, le cui dimensioni furono evidenziate dall’inchiesta
parlamentare promossa dal Depretis nel 1877 e affidata a Stefano Jacini e
ad Agostino Bertani, ma resa pubblica solo nel 1884. Quell’inchiesta
individuò i mali dell’agricoltura italiana soprattutto : 1) in una
eccessiva estensione del latifondo, rimasto sempre più scarsamente
sfruttato dai proprietari; 2) in un peso fiscale esagerato ai danni
soprattutto dei piccoli possidenti; 3) nell’arretratezza delle tecniche e
dei sistemi di produzione. L’inchiesta, inoltre, aveva messo a nudo le
disperate condizioni di vita dei braccianti agricoli e dei contadini,
esposti a malattie di ogni genere, per la sottoalimentazione e la mancanza
di igiene in cui erano costretti a vivere. Bisognava, dunque, diminuire le
tasse sull’agricoltura, in vista di un maggiore risparmio da utilizzare in
qualificati investimenti produttivi.
Già verso il 1880, la
crisi del settore agricolo si manifestò, come riflesso del forte ribasso
subito dai prezzi della canapa e dei grani russi e d’oltre oceano, sui
prezzi agricoli dei prodotti italiani, soprattutto cerealicoli e fu
aggravata dalla politica economica della Cina e del Giappone che in quegli
anni avevano cominciato ad invadere i mercati europei e quindi anche
quelli italiani con bozzoli e seta naturale di ottima qualità e a prezzi
molto più convenienti di quelli dei prodotti locali.
A tutto ciò seguirono
le proteste degli agricoltori e degli industriali tessili, che chiesero al
governo una più decisa protezione. Comunque, solo fra il 1886 e il 1887,
si determinò un reale capovolgimento dell’indirizzo libero-scambista,
allorché il governo decise finalmente di proteggere i prodotti nazionali
ed, elevando una barriera doganale, rese non convenienti l’importazione e
il consumo dei prodotti stranieri.
Il protezionismo della
Sinistra, però, se da una parte incrementò l’affermazione delle industrie
nazionali, eliminando la concorrenza straniera, dall’altra parte comportò
il crollo di quello che in realtà era il settore più dinamico
dell’economia meridionale: quello delle colture specializzate (viti,
agrumi, olive). Infatti, con la “guerra doganale” (1888-1892) disputata
con la Francia, vennero drasticamente ridotte le esportazioni; perciò,
anche questa “guerra”, causata dal Crispi, si ripercosse a danno
soprattutto del Meridione che in essa esportava la gran parte dei suoi
prodotti.
Queste coltivazioni
poi erano legate soprattutto alla piccola e media proprietà, che non
avendo i capitali necessari alle conversioni di coltura, non riuscì a
reggere alla crisi.
L’Italia, che fra il
1881 e il 1887 aveva esportato per una media di 444 milioni l’anno, vide
ridursi dopo il 1889 la sua esportazione ad una media di 165 milioni annui
con una perdita del 63%.
La politica
protezionistica della Sinistra ebbe perciò conseguenze catastrofiche per
il Meridione e per tutta la Penisola, determinando il crollo dei prezzi (a
causa dell’enorme quantità di prodotti rimasti invenduti) e una
differenza in negativo di centinaia di milioni nella bilancia dei
pagamenti.
|