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Il Governo della Sinistra non
apportò sostanziali mutamenti alla politica operata dalla Destra Storica
nei confronti del Mezzogiorno.
Nel 1875, Agostino
Depretis, che allora faceva ancora parte dell’opposizione, aveva già
fissato i punti della sua azione di governo in caso di vittoria
elettorale: istruzione elementare gratuita e obbligatoria per tutti,
abolizione della tassa sul macinato e riforma elettorale. Giunto al potere
nel 1876 e rimastovi per ben otto ministeri, sino al luglio del 1887,
Depretis si preoccupò di tener fede agli impegni assunti, ma la loro
realizzazione gli apparve subito più complessa di quanto gli fosse
sembrata mentre era all’opposizione. Infatti, si trovò costretto dalla
situazione parlamentare e da precise esigenze finanziarie a scendere a
compromessi e a smozzare lo slancio iniziale, contenendo il proprio
programma entro limiti più modesti.
In Sicilia ed in tutta
l’Italia meridionale, da Reggio a Perugina, la popolazione superiore ai
sei anni d’età, nell’Italia del 1871, era pei più dell’80% analfabeta,
fatta eccezione per la zona di Palermo e di Napoli, dove la percentuale
oscillava fra il 60% e l’80%, come pure accadeva da Firenze a Venezia. La
percentuale di analfabetismo si abbassava solo nelle zone di Genova e
Milano (al 40/60%) ed in quella di Torino (al 20/40%).
Nell’Italia
meridionale, i sovrani Borboni avevano deliberatamente lasciato le masse
contadine e rurali nell’ignoranza e nella superstizione, convinti di poter
meglio, così, spadroneggiare, perché – come allora si disse – “se
abbandonata in quelle condizioni, la plebe obbedisce più facilmente e non
si mette grilli nel capo”.
L’analfabetismo,
comunque, costituiva un problema, che non interessava solo l’Italia
meridionale, ma tutta la penisola, come dimostrano le percentuali
suddette.
La legge
Casati – promulgata nel novembre 1859 per il Piemonte e poi estesa a
tutto il Regno – aveva sancito l’istruzione obbligatoria e gratuita,
impartita, per i primi due anni di scuola, a ragazzi di età compresa tra i
6 e i 9 anni, con spese sostenute dai comuni.
La legge Coppino
del 1877 si limitò, invece, a determinare meglio i doveri dei comuni in
materia, prevedendo, inoltre, sanzioni severe contro i genitori che
avessero sottratto i figli all’istruzione.
Tuttavia, i
provvedimenti della Sinistra, in tal senso, furono evidentemente
insufficienti. Bisognava, infatti, prima di ogni altra cosa, costruire
strutture scolastiche, aumentare il numero degli insegnanti e soprattutto
disporre provvedimenti economici capaci di risolvere la miseria delle
classi più povere, perché era proprio la miseria, in fondo, che induceva a
sottrarre i minorenni all’obbligo scolastico, per avviarli al lavoro.
Tra il 1880 e il 1884,
la Sinistra abolì la “tassa sul macinato”, ma, anche in questo caso, non
ottenne particolari risultati, perché finì per danneggiare il bilancio e
il governo si trovò costretto ad aumentare le imposte di consumo, per cui
non si registrò nessun reale sollievo per le classi meno abbienti.
I limiti alla libertà
di voto nello Statuto Albertino e i vasti strati di popolazione e in
particolare di quanti, acquistata coscienza di se e dei propri diritti,
aspiravano a partecipare alla vita politica del Paese spingevano la
Sinistra a considerare come uno dei punti base del proprio programma la
riforma elettorale.
Per tutto ciò, la
maggior parte della popolazione finiva per essere esclusa dal voto.
Nel 1882, la riforma
elettorale della Sinistra non portò, comunque, ad una vera democrazia
basata sul diritto di voto concesso a tutti. Infatti, venne, con essa,
soltanto abbassato il limite di età degli elettori (dai 25 ai 21 anni) e
quello del censo (il minimo delle imposte annue versate allo stato passava
da 40 a 19 lire), però restò l’obbligo di possedere la licenza elementare:
le donne ed il proletariato continuarono quindi ad essere esclusi dal
godimento del diritto al voto (6).
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(6) Il fatto in sé dell’estensione del voto fu
controproduttivo, secondo Leopoldo Franchetti, perché si risolse a
vantaggio dei cosiddetti “galantuomini”, cioè dei prepotenti locali, i
quali assunsero il governo delle amministrazioni locali più che da
gestori, da proprietari. Per costoro, insomma, l’amministrazione della
provincia, del comune e delle opere Pie divenne un mezzo per pareggiare i
propri meschini bilanci privati con gli stipendi degli impieghi, le
usurpazioni dei beni comunali, le molteplici fonti di lucro, più o meno
legittime, offerte a chi “disponeva da padrone della cosa pubblica”. Per
non perdere il favore elettorale dei “galantuomini”, il governo taceva e
non si valeva dei mezzi di tutela che conferiva la legge per imporre alle
rappresentanze locali la retta amministrazione dello stato. E le masse
rimanevano amorfe, passive, incapaci di difendere i propri diritti legali,
perché ignari di averne.
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