II.-   La Politica dei Governi della Destra

Ai Tempi in cui l’Italia era ancora  divisa in una miriade di stati, piccoli e grandi – ognuno dei quali vantava le proprie tradizioni, le proprie legislazioni, la propria cultura, la propria storia – il Regno delle due Sicilie costituiva la regione più periferica dell’Europa Occidentale e, per cultura e tradizione, appariva il più legato al vicino Oriente.

Già ai primi contatti dei garibaldini e dell’esercito piemontese con la realtà del Meridione si ebbe la chiara sensazione che il problema di una reale fusione ed omogeneizzazione della nuova Italia e di uno sviluppo del Mezzogiorno, che lo mettesse alla pari delle parti economicamente più evolute del Paese, non fosse cosa semplice.

Tuttavia, dopo la proclamazione dell’Unità, il Governo della Destra scelse di allargare a tutta l’Italia la legislazione piemontese senza considerare la diversità di situazioni socio-economiche delle regioni italiane.

Fu quindi inevitabile, all’indomani dell’Unità, la manifesta differenza fra Nord e Sud:

governi migliori, vicinanze alle nazioni economicamente più progredite, maggiore fiducia in se stessi, posizione geografica più atta ai rapidi e proficui scambi avevano permesso ai nordisti di trovarsi in una posizione nella quale la ricchezza aveva potuto svolgersi più facilmente; al contrario, le popolazioni meridionali erano passate attraverso la persistenza di monarchie straniere incapaci di creare uno stato moderno, il dominio plurisecolare di un baronaggio geloso detentore di tutti i privilegi, la persistenza del latifondo, la dominazione spagnola nefasta e corruttrice.

Le scelte operate dai governi, che si succedettero negli anni ’60 e ’70, invece di risolvere la crisi economica e politica meridionale, finirono con l’approfondirla.

Il Cavour, in verità, aveva intuito l’importanza del problema e aveva sentito il bisogno di risolverlo effettivamente , facendo dell’Italia meridionale l’epicentro del commercio mediterraneo. Egli, infatti, abbozzò un piano che prevedeva l’istituzione di molte scuole tecniche, l’industrializzazione delle attività produttive, con larghi aiuti e facilitazioni statali e con la costruzione di strade, ferrovie, mercati ed acquedotti; ma, allo stesso tempo, il Cavour  si rese conto che una delle maggiori difficoltà per la rinascita del Mezzogiorno fosse la mancanza di una classe dirigente all’altezza della grave situazione. La precoce morte impedì al grande ministro di realizzare un piano che avrebbe risparmiato al Sud un altro secolo di miseria.

I successori non seguirono le sue direttive: alcuni di essi, ravvisando nell’ignoranza una conveniente condizione per ottenere voti elettorali, lasciarono la situazione intatta; altri, nella continua agitazione della “povera gente” affamata, scorsero solo un problema di polizia e cedettero di risolverlo con il carcere e appunto con il confinio di polizia, l’ammonizione e lo stato di assedio; altri ancora,  preoccupati di sanare a tutti i costi il bilancio dello stato, senza tener conto delle minime capacità contributive, sottoposero il Sud a pesanti e paralizzanti imposte.

I Meridionalisti conservatori, come Pasquale Villari, della politica gestita dalla Destra tra il 1861 ed il 1876 criticarono soprattutto l’unificazione doganale e l’introduzione del libero scambiamo. Secondo tale prospettiva liberistica, ereditata dal conte di Cavour, la libera concorrenza avrebbe indotto  gli imprenditori e gli agricoltori italiani a sviluppare le proprie imprese per poter competere con la produzione internazionale. I  primi decenni di vita del nuovo stato unitario presentarono, invece, una vita economica sostanzialmente statica, per cui si cominciò a dubitare del fatto che il liberalismo fosse lo strumento più adatto a far progredire l’economia italiana, tanto lontana dai livelli produttivi raggiunti dai paesi più evoluti. Intanto, la prospettiva cavouriana aveva favorito la produzione agricola specializzata (vite, agrumi, olive) che trovava, in  tali termini, nuovi mercati di vendita, però, nello stesso tempo, aveva provocato il crollo dell’industria meridionale (tessile, navale, ecc.) che i Borboni avevano tutelato con dazi e commesse statali e che, improvvisamente, si ritrovava esposta alla pericolosissima concorrenza internazionale.

L’Italia meridionale, quindi, non solo non aveva beneficiato di tale liberismo, ma anche, proprio per tale indirizzo economico, aveva subito ingenti perdite (3) .

A ciò si aggiunse una politica fiscale molto più esosa della precedente, dovuta al fatto che l’Italia post-unitaria  comportava spese che il governo tentava di reperire attraverso l’imposizione di tasse, senza tener conto – giustamente del Nord o del Sud, ma basandosi sull’uniformità.

Tale situazione, di per se gravosa, al Sud fu insostenibile, perché la nuova politica fiscale apparve, a dir poco, vessatoria.

(3) In realtà va rilevato che se la politica del libero scambiamo causò la rovina delle poche industrie del Sud, non giovò neppure a quelle settentrionali. Ciò è dimostrato, in maniera eloquente, da almeno due ordini di dati.

Primo – Se ancora nel 1861 l’industria cotoniera importava oltre 100 mila quintali di cotone grezzo per trasformarlo, già nel 1865 buona parte del cotone raccolto (oltre 16 mila quintali) veniva esportato. Così come venivano esportati altri prodotti grezzi, quali la seta ed il ferro.

Secondo – Tra il 1861 e la metà degli anni settanta la partecipazione dell’industria alla formazione del prodotto lordo si era addirittura contratta, scendendo al di sotto del 20 per cento.

Ciò si spiega, ovviamente, con  l’aumentato afflusso di merci straniere, soprattutto inglesi e francesi, sui nostri mercati, naturalmente a prezzi concorrenziali.

Il Regno delle due Sicilie, infatti, come notò il Nitti, a causa dell’estensione del sistema fiscale  piemontese, si trovò, ad un tratto, senza che nessuna trasformazione economica fosse in esso avvenuta, a passare dalla categoria di Paesi a imposte più lievi alla categoria di Paesi a imposte gravissime, quali  l’imposta di ricchezza mobile, le tasse di registro e di bollo – in gran parte ignorate prima - , le tasse giudiziarie, le successioni, l’imposta su fabbricati, ecc…

Inoltre, per colmare il disavanzo dei conti pubblici, gravemente lesivo per l’immagine del giovane stato, fu adottato un programma di severa austerità, ispirato da Quintino Sella, appartenente ad una dinastia di industriali lanieri di Biella e a lungo ministro delle finanze, che proponeva una economia “ fino all’osso”, per la quale i governi della Destra si orientarono verso la riduzione delle spese ordinarie e l’inasprimento della pressione fiscale, con l’incremento dei tributi esistenti e l’imposizione di altre tasse  ancora, come l’odiosa “tassa sul macinato”, imposta a secondo della registrazione del grano macinato da ogni mulino e incidente, quindi, soprattutto sulle classi meno abbienti, quelle che vivevano di pane e polenta.

Infine, la politica monetaria consentiva solo alla Banca nazionale del Nord di aprire filiali nel Sud, mentre il Banco di Napoli non poteva aprirne nel settentrione, ritrovandosi, perciò, con minore capacità creditizia. E quando, nel 1866, la Destra, di fronte all’insufficienza delle entrate, introdusse la misura eccezionale del “corso forzoso”, la convertibilità delle banconote in oro venne sospesa solo per la Banca Nazionale. Le conseguenze di tale politica monetaria furono, quindi, una strozzatura dei crediti nel Sud ed un drenaggio di capitali dal Sud al Nord.

La “Questione Meridionale” s’aggravava sempre più e il governo appariva sempre più arcigno e aguzzino ai cuori meridionali, anche perché questi ultimi erano ancora memori dell’amministrazione Borbonica, parca in fatto di tasse, giacché i Borboni non investirono mai in opere pubbliche, come invece il Nuovo Stato  sentì il bisogno di fare (4) , né si posero il problema di come reperire le tante spese che comportava l’Unificazione.

Lo stesso servizio militare, reso obbligatorio dopo l’unificazione, fu considerato un atto di prepotenza, anche e soprattutto perché la partenza di una giovane recluta recava spesso un danno economico alla famiglia, specie se appunto contadina, perché la privava per un lungo periodo del valido aiuto di due braccia robuste nei campi.

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(4) Intorno al 1860, nel Regno di Napoli, su circa 1800 centri abitati, ben 1600 erano isolati fra loro, completamente privi di mezzi di comunicazione. Nel campo dei lavori pubblici c’era, dunque, tutto da costruire (strade, ponti, acquedotti, ospedali, ferrovie, ecc.) e non si poteva parlare di stato veramente unitario se così tanti centri, come a Napoli, rimanevano isolati fra loro.