I.-  Il Dibattito Storico e Politico sulla “Questione Meridionale”

L'espressione “Questione Meridionale”, contrariamente a quanto si crede, non denuncia solo l’arretratezza economica e il rudimentale sviluppo sociale accollati al Mezzogiorno dall’Unità ai nostri giorni, ma tutto l’insieme dei fattori che i cosiddetti “Meridionalisti”, ovvero gli scrittori meridionali, considerarono le cause dell’endemica crisi del Sud.

Solo nel 1875, le “Lettere Meridionali”, ossia le corrispondenze napoletane di Pasquale Villari alla rivista “L’opinione” di Roma, sancirono il riconoscimento di una “Questione Meridionale” come problema tra i massimi della società nazionale.

Al Villari è legata, del resto, tutta la prima fase degli studi meridionalistici e della congiunta pubblicistica.

Da lui furono incoraggiati e sollecitati, per esempio, i volumi pubblicati a Firenze e contenenti le inchieste di Leopoldo Franchetti sulle “condizioni economiche ed amministrative delle province napoletane” (1875), su “la Sicilia” (1876) e sulle “condizioni politico-amministrative” (1877). Dalle sue corrispondenze del 1875 fu spronato Giustino Fortunato a fare oggetto di più specifica riflessione i problemi di Napoli e del Mezzogiorno. E si potrebbe ancora continuare.

Il contributo di questa prima fase del Meridionalismo, che ebbe nel Villari il suo ispiratore, stette soprattutto nell’energica presa di coscienza di alcuni aspetti tra i più importanti  della “Questione”, ovvero della gravità delle condizioni civili e sociali di Napoli, dello stato di oppressione e di miseria delle masse rurali, della corruzione largamente diffusa nella vita politica ed amministrativa.

Non altrettanto approfondito fu, invece, lo studio dei provvedimenti che avrebbero potuto porre riparo allo stato delle cose, benché i contratti agrari fossero fatti oggetto di una speciale attenzione e la mezzadria toscana fosse indicata come un modello assai utile a tenersi presente.

I primi meridionalisti, di estrazione liberale e conservatrice (Villari, G. Fortunato, S. Sonnino, Fianchetti) rimproverarono ai governi italiani di non  aver attuato il riformismo necessario a guidare il Sud verso il progresso.

Questi primi scrittori meridionalistici sono, infatti, accomunati da quello che lo storico contemporaneo Massimo L. Salvatori ha chiamato il “Mito del Buongoverno”, cioè dalla fiducia nelle possibilità riformatrici dello stato liberale,sebbene tale fiducia fosse già fortemente indebolita dal lucido pessimismo di Fortunato. Allievo del Villari e collaboratore del periodico “Rassegna Settimanale” di Sonnino e Franchetti  - dei quali continuò l’opera nei numerosi saggi ed interventi, tra cui “La Questione Demaniale nell’Italia Meridionale” (1878) – Giustino Fortunato ebbe, tra l’altro, il merito di sfatare la leggenda letteraria della feracità e ricchezza potenziale dell’Italia meridionale e di illustrare il complesso legame tra fattori naturali e geografici da un lato e fattori storico–sociali dall’altro, con una nuova consapevolezza delle radici lontane e profonde dell’arretratezza del Sud.

A quello del Fortunato si oppose il Positivismo Antropologico e non meno pessimista di coloro (in particolare i sociologi e criminalisti Cesare Lombroso e Alfredo Niceforo) che videro la ragione dell’inferiorità meridionale in una costituzionale e irreparabile inferiorità razziale, per cui il popolo mediterraneo sarebbe inadatto ai regimi democratici in quanto caratterizzato, per esempio, da individualismo e scarso spirito di organizzazione sociale. Il razzismo esprimeva il sottofondo di pregiudizi anti-meridionali, largamente diffusi nel paese e destinati a durare con grande tenacia. Ad esso reagirono in molti. Il Colajanni, convinto assertore di un federalismo repubblicano (dedotto dall’insegnamento del Cattaneo), nel quale vedeva il tipo di soluzione istituzionale più conforme alle esigenze del Mezzogiorno, sostenne la necessità di spostare dalla razza alla società la ricerca della ragione determinante l’arretratezza meridionale. Solo in un mutamento radicale della dinamica sociale, caratteristica del Mezzogiorno da secoli, e quindi anche in una trasformazione economica, il Colajanni vedeva la via da battere.

I Merionalisti democratici (G. Salvemini, L. Sturzo, Nitti) pur partendo da presupposti ideologici diversi, concordarono nell’accusare il governo di aver fatto del sottosviluppo del Mezzogiorno uno strumento del decollo del Nord.

Tra i “Merionalisti democratici” (con i quali si esce dalla pura denuncia e visione moralistica dei mali del Sud) un posto di grande rilievo occupa  certamente il socialista Salvemini (1), avendo individuato per primo in un saggio del 1896 l’alleanza tra operai e contadini come leva per il rovesciamento del blocco di potere formatosi nell’Italia post-unitaria tra gli industriali del Nord e gli agrari del Sud mediante una politica gradualistica e riformistica. In polemica con la maggioranza del Partito Socialista, che puntava sul proletariato industriale ed agricolo settentrionale, Salvemini  sostenne, infatti, vigorosamente che la rinascita del Mezzogiorno sarebbe stata possibile solo quando i contadini meridionali fossero diventati soggetto attivo della storia nazionale.

(1) Fu il Salvemini che, riguardo al razzismo nei confronti delle popolazioni meridionali, disse che “la razza si forma nella storia ed è effetto di essa, non causa, e nella storia si trasforma; spiegare la storia di un paese con la parola ‘razza’ è da poltroni e semplicisti”. A ciò, Luigi Einaudi aggiunse che soltanto una pseudo-sociologia ciarlatanesca può dilettarsi a distinguere due razze in Italia, una votata al progresso e l’altra destinata alle barbarie.

Deluso, nel primo decennio del ‘900, dalla dirigenza moderata del Partito Socialista, sostanzialmente disinteressata alla prospettiva di mobilitazione delle masse contadine del Mezzogiorno ed incline al compromesso con il Riformismo di Giolitti (che egli, invece, aveva denunciato quale “Ministro della malavita” per i metodi di governo e le manipolazioni elettorali), Gaetano Salvemini uscì dal Partito.

Allora la sua analisi perse gli originali connotati classisti e approdò al “concretiamo” anti-ideologico della rivista “L’Unità”, fondata nel 1911 col contributo di voci politiche diverse (dai liberali conservatori ai radicali) accomunate dall’interesse per la Questione Meridionale. Anche i suoi punti di riferimento vennero trasformandosi: passò in primo piano l’ideale di una democrazia rurale basata sulla difesa della piccola proprietà privata e, accantonata l’egemonia del movimento operaio socialista, egli avanzò la proposta di una iniziativa merionalistica autonoma dei contadini diretti dalla piccola borghesia intellettuale di orientamenti democratici.

Intorno al 1925, Antonio Gramsci, pur rifacendosi al meridionalismo del Salvemini socialista, pervenne a una più radicale interpretazione del profondo malessere delle campagne del Sud, prospettando nuove soluzioni. Come dirigente della sinistra socialista e poi del Partito Comunista, egli sostenne la necessità di un “Blocco Storico” tra contadini, operai ed intellettuali in vista di una imminente rottura rivoluzionaria che avrebbe risolto i problemi del Mezzogiorno nell’ambito di una trasformazione socialista del paese.

Dopo la dittatura fascista, durante la quale l’Italia meridionale fu ulteriormente penalizzata con l’esproprio delle terre a favore dei grandi agrari e con il drenaggio delle risorse verso il Nord, il dibattito riprese con vigore negli anni ’50, riproponendo tra gli storici di orientamento liberale e quelli di orientamento socialista o marxista lo stesso scontro che avveniva all’epoca tra le varie forze politiche. Del resto anche se il Partito Liberale al momento costituiva ormai un’esigua minoranza, la politica economica delle coalizioni governative verso il Mezzogiorno continuava nel solco della tradizione liberale.

E di questo periodo il contributo di analisi più originale è attribuito a Massimo Salvadori, che attribuisce il persistente divario tra il Nord e il Sud allo sviluppo capitalistico e agli interventi dello stato, anche attraverso la Cassa per il Mezzogiorno. (2).

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(2) È nel saggio “Il Mito del Buongoverno” (1962) che Massimo L. Salvadori, dopo aver preso in esame la letteratura meridionalistica da Cavour a Gramsci, ha espresso questa sua tesi.